“Manifesto”: 13 volte Cate Blanchett

STORIA E CULTURA / Tanti personaggi, una sola grande attrice

“Manifesto”: 13 volte Cate Blanchett

Adamaria Giammarino 06-12-2017 12:00

“Manifesto” è un film recentemente uscito nelle sale con Cate Blanchett che interpreta 13 personaggi diversi per infondere nuova vita drammatica alle parole di 13 celebri manifesti revisionati e riassemblati come dei collage, rivelando la componente performativa e l’importanza politica di queste dichiarazioni. Possono essere applicate universalmente? E come si sono trasformate le dinamiche tra la politica, arte e vita? L’opera di Rosefeldt, inizialmente pensata per una grande video-installazione, è divenuta un film che è stato presentato al Sundance Film Festival poi scelto come film di apertura del Biografilm Festival. Il personaggio di Cate Blanchett, o meglio i personaggi, spaziano attraverso diverse personalità: dal clochard all’operaia, dalla perfetta casalinga alla severa maestra di danza. Ognuno di loro recita ad oltranza il manifesto di sua competenza con sentimento, rabbia, collera, indignazione per poi calmarsi, con decisione e contenimento. Degne di nota sono le inquadrature, la fotografia di Christoph Krauss e l’ambientazione in luoghi reali e al momento stesso fuori dal tempo, avvolti in un’aurea eterna. Lo spettatore si fa partecipe di enormi spazi, li osserva e ne resta affascinato, a volte sconvolto. Il lungometraggio è privo di narrazione: diventiamo semplici testimoni oculari della recitazione di manifesti artistici tra i rifiuti di una discarica, una scuola elementare o un funerale in mezzo alla foresta. Cate Blanchett si immerge nei personaggi, infatti se il film fosse diviso in capitoli stenteremmo a riconoscerla, ed ognuno di questi cambia personalità, accento, gestualità e sguardi. Osservandola ne captiamo la profonda umanità. Manifesto non è un film semplice, una commediola da vedere per distrarsi ma piuttosto una litania, un mantra, un monologo per l’arta dall’arte. Quest’ultima viene osannata, criticata e ripudiata. L’atmosfera è quella di un mare in tempesta, ricco di phatos, dove nulla cambia e tutto accade. Il Manifesto dadaista viene recitato da una vedova ad un funerale, mentre le parole di Marx e del Partito comunista si fanno nuove, raccontate da un vagabondo per arrivare al paradosso del Dogma 95, spiegato da una maestra ai suoi alunni. L’artista e regista Julian Rosefeldt riprende e ricontestualizza le parole immortali di artisti e pensatori e attraverso quelle parole rilegge il mondo contemporaneo. “Da giovane ho studiato, come la maggior parte delle persone che si interessano all’arte, il Dadaismo, il Fluxus, il Surrealismo e il Futurismo, ma solo superficialmente. Il mio entusiasmo nacque invece quando scoprii due manifesti del poeta Valentine de Saint-Point. Cominciai allora a leggere qualsiasi manifesto che riuscii a trovare tra cui quelli di danza, teatro, cinema e architettura. Mi resi conto che le stesse idee compaiono più e più volte con una tale energia da impressionarmi per il loro entusiasmo utopico, mentre cercano di trasformare l’arte e, infine anche il mondo, capovolgendola e rivoluzionandola, testimoni, essi stessi, di una ricerca di identità, urlata al mondo con grande insicurezza.” (Julian Rosefeldt - regista). Non si tratta di puro e semplice virtuosismo attoriale (che di per se sarebbe già sufficiente per apprezzare il film) perché l’obbiettivo è decisamente elevato. Rosefeldt rilegge un gran numero di “manifesti” per saggiarne la materia e il rapporto odierno tra società, arte e vita quotidiana. Andiamo così da Marx a Lars Von Trier passando per Marinetti, Kandinsky, Apollinaire, Fontana, Breton e innumerevoli altri. Le loro parole e le loro ribellioni (giovani e non) vengono fatte proprie da una punk tatuata oppure dalla Ceo a una festa privata ma proprio quest’apparente astrazione le fa risuonare con maggiore evidenza, interpellandoci. Per vedere “Manifesto” non bisogna studiare il Minimalismo piuttosto che il Situazionismo: le loro parole sono più che comprensibili. Guardandolo vi accorgerete che meno ne saprete e meglio sarà, meno li capirete e più quelle parole risuoneranno energiche e nuove, proprio perché ignorate.