La storia del riso ha 4800 anni

STORIA E CULTURA / Nella nostra Penisola lo troviamo nei dintorni di Pavia, Milano, Novara, Vercelli e Lomellina

La storia del riso ha 4800 anni

Osmano Cifaldi 06-12-2017 12:00

Nella nostra Penisola, il mondo della risaia, dove dominano i pioppi e gracidano le rane, lo troviamo nei territori di Pavia – Milano – Novara – Vercelli – Lomellina. Quì si coltiva un alimento antichissimo vecchio di ben 4800 anni. Infatti le prime notizie di questa importante graminacea risalgono al 2800 a.C. Nel 1000 a.C. il riso viene citato col nome sanscrito di “ Yribi”, da questi è derivato il nome greco di “Oryza” e poi riso. Già nell’antico Egitto ed anche fra i romani, il riso veniva normalmente consumato, ma la tecnica della coltivazione era detenuto dagli arabi che seminarono il riso prevalentemente in Spagna. Nel Medioevo la coltura risicola si diffuse in tutta Europa. In Italia lo si mise a coltura inizialmente nella Lomellina e nel Vigevanese per iniziativa del Duca di Milano Ludovico il Moro. Il riso non è tutto uguale. Può essere persino coltivato in montagna su terreni asciutti, ma normalmente la graminacea richiede di svilupparsi su terreni acquosi e molto umidi. Un tempo la coltura veniva affidata al durissimo lavoro delle mondine, mal pagate ed esposte a diverse malattie. Quel duro lavoro è stato più volte descritto dalle cronache e dalla letteratura del tempo, quando tra maggio e giugno si dovevavo mettere a dimora le piantine, tra uno stuolo di fameliche zanzare e con le gambe immerse nell’aqua, preda di serpi e sanguisughe. La mietitura di norma avviene fra settembre ed ottobre. Per crescere bene il riso ha bisogno di un clima caldo-umido costante e con il termometro entro la fascia tra 20 ed i 25 gradi. L’Italia vanta un riso di ottima qualità e se producono circa 14 milioni di quintali. La graminacea richiede di essere sottoposta ad un processo di raffinazione e brillatura molto accurato. La monda è sempre stato un lavoro durissimo: “...fa compassione vedere fanciulle nei seminati di riso, sotto il sole, le gambe sepolte nel pantano, col corpo sempre piegato, le mani ed i piedi tagliuzzati da canne ...”. Questo è un indovinante spaccato di quel mondo descritto fin dalla fine del Settecento dall’abile scrittore Gianverardo Zeviani. Un quadro già allora desolante e sconcertante. Però il mondo della risaia ha il suo protettore in San Vito, martire del IV secolo che si festeggia il 15 giugno. La devozione era molto diffusa tra le mondine che dopo una giornata di improbo lavoro, sdraiate sui pagliericci di foglie di granturco (Paionn), mormoravano una invocazione al loro Santo protettore. Ormai è perduta per sempre la visione di quei prati speciali inondati d’acqua stagnante, dominati dal gracidare delle rane, in balia del fremito vivace del vento che accarezza la chioma dei pioppi, ove la calma abbacinante ed immota del sole estivo viene smorzato dal malinconico canto delle mondine. Ora tutto quel mondo è preda dell’assordante rumore metallico del trattore. Da un codice miniato del XV secolo leggiamo: “ Il riso è un nutrimento laudabile, adatto ad ogni età, cucinato nel latte vaccino o nel latte di mandorle dolci, o nei brodi di carne grasse, si digerisce più facilmente e diventa più dilettoso al palato... è di buon giovamento nei casi di bruciori di stomaco, mentre fa danno a chi soffre di colite...”.