Editoriale

Vince la chimica...

Roberto Fronzuti 25-07-2017 18:56

Il processo d’appello per l’uccisione di Yara Gambirasio, è finito con la conferma della condanna all’ergastolo di Massimo Bossetti. Lungi da noi la pretesa di voler rifare il processo sulle nostre pagine (e la costosissima inchiesta pagata dai contribuenti), con il nostro commento, andiamo alla sintesi dei fatti, quelli inconfutabili: gli unici che contano. Non c’è stata nessuna testimonianza che abbia potuto dimostrare che Yara e Bossetti si conoscessero, E non è stata trovata neppure una traccia sui cellulari di Yara e di Massimo Giuseppe Bossetti. Non c’è neppure chi abbia mai visto Bossetti aggirarsi nei pressi della palestra. Per non parlare del filmato fasullo del furgone mandato ripetutamente in onda; un fotomontaggio che ripete il passaggio del mezzo. È stato inflitto l’ergastolo al muratore di Mapello, solo sulla base di una prova chimica: il Dna. Una prova dai più considerata infallibile; noi pensiamo che non ci sia nulla d’infallibile e che lo Stato ha fatto male a non accogliere l’implorazione di Bossetti di rifare la prova del Dna. Se è infallibile, non bisognerebbe avere il timore di rifare l’esame. Ci sarà il terzo grado di giudizio e c’è la ragionevole previsione che l’alta Corte, la Cassazione annulli i primi due processi, viziati dal fatto che si è trattato di una guerra dell’apparato, contro l’unico imputato del delitto Gambirasio; lo Stato italiano, contro Bossetti. Chiariamo bene il contenuto di questa affermazione... Lo Stato per il tramite il Tribunale di Bergamo ha investito ingenti somme di denaro in questa vicenda giudiziaria. Sono stati eseguiti oltre 20mila esami del Dna su una vasta parte della popolazione delle valli bergamasche, prossime all’abitazione della famiglia Gambirasio. Sono state redatte 60mila pagine per descrivere l’inchiesta; una mole disumana per gli ottimi avvocati Claudio Salvagni (un professionista che crede nell’innocenza di Bossetti e che lavora gratis) e Paolo Camporini che hanno dovuto leggerle tutte. È un processo a dir poco criticabile, anche quello di secondo grado in Corte d’Assise. Come hanno potuto i giudici popolari appiattirsi sulle posizioni dei magistrati di professione confermando l’ergastolo? Come hanno potuto negare la ripetizione dell’esame del Dna? Ma c’è di più. Perché la Procura di Bergamo si è fermata a 20mila Dna? Considerato l’altro fatto, che sul corpo di Yara sono state trovare tracce di Dna di altre otto persone, perché i magistrati non hanno continuato a cercare gli altri otto ignoti? Noi non stiamo decretando l’innocenza di Bossetti, ma perché non si è considerato che - accertato che sia il suo - il Dna di Bossetti (ricordiamo che soffriva frequentemente di perdite di sangue dal naso) possa essere stato riportato sul corpo di Yara dagli altri otto soggetti rimasti sconosciuti? Questi ed altri pesanti interrogativi pesano sulla coscienza (non vorremmo in alcun modo essere nei loro panni) dei giudici popolari. Non c’è dubbio, il nostro titolo è forte e provocatorio e fa ritornare alla mente una frase del legale di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti (i due anarchici italiani uccisi sulla sedia elettrica negli Usa, per un omicidio che non avevano commesso e recentemente riabilitati dal Congresso americano). Un giovane avvocato, che credeva incondizionatamente nell’innocenza dei due italiani, implorava la riapertura del processo. Aveva portato al Governatore le prove dell’innocenza di Sacco e Vanzetti, si sentì dire: “Ma non capisce avvocato, che al punto in cui siamo è diventato ininfluente il fatto che loro sono innocenti; saranno giustiziati per quello che sono...”. Sacco e Vanzetti furono condannati e uccisi nel 1921, in quanto anarchici e italiani (un secolo fa negli Usa eravamo visti come molti nostri connazionali guardano ai migranti e al colore della pelle). La nostra convinzione è che Bossetti sia stato condannato solo perché lo Stato ha investito troppo in termini economici e di credibilità. L’apparato che ha messo in piedi, una montagna disumana di 60mila pagine contro Bossetti, non poteva perdere, a fronte di un dispendio senza precedenti di uomini e risorse finanziarie. Che Bossetti sia colpevole o innocente, per l’apparato è secondario. Il sistema doveva essere salvaguardato. Ma la regola che l’imputato debba essere assolto quando non c’è, oltre ogni ragionevole dubbio, la prova della colpevolezza, è stata violata. Di fronte allo sconcerto del processo a Bossetti e alla montagna di carte i cosiddetti atti, che altro dire? Quando ci sono le testimonianze concordanti è facile, bastano qualche migliaio di caratteri per redarre un’indagine, ma quando si scrive tanto, ricorre l’assunto: tante pagine (60mila), pochi indizi (da provare). Non si può condannare una persona solo sulla base del Dna.